lunedì 28 settembre 2009

BLACK PORTRAITS

Barkley L. Hendricks, nato il 1945 a Philadelphia, è un artista esploratore (dalla fotografia al paesaggio, ai media in genere). Effetto delle sue ricerche è la feconda contaminazione foto-pittura dei suoi black portraits, di genere realismo americano, post-moderno e un po’ pop. Ritratti come giganti foto a colori, in scala 1:1, di soggetti metropolitani, per lo più afro-americani del nord est, che ti guardano dritto lì, davanti l’obiettivo. Tra quelli che non ti fissano c’è il mio preferito, la donna di spalle, vigore di gambe muscolose e vulnerabilità da body slacciato, sembra quasi di sentire quello che pensa tanto è intensa la solitudine da muretto e orizzonte vuoto. I black portraits percorrono dai ’70 dell’uomo col completo a scacchi e tamburello in coordinato (cos’è quel minuscolo pallino blu sul petto?), della bionda composta o della giovane sullo sgabello col cuore che batte tra i seni, passando per gli ’80 della tuta space e della metafisica donna a occhi chiusi, per arrivare al fumatore di joint e al cantante allusivo, santificato, glorificato e incorniciato da un’edicola votiva, come quelle al crocevia 2 di strade, le scarpe come offerte di voto. Tutti i lavori rivelano come l’occhio acuto e tagliente di Hendricks sia in grado di cogliere al meglio l’attitudine, lo stile e il punto di vista dei suoi soggetti so cool… incontrati nel suo quotidiano e fissati dalla camera per diventare black (e non) portraits.

lunedì 21 settembre 2009

I 12 GRADI DELL’ARTUSI

1881 o giù di lì.
Norme igieniche.
Se durante l’inverno non eleverete ne’ vostri appartamenti il calore delle stufe oltre ai 12 o 14 gradi, vi salverete probabilmente dalle polmoniti che sono così frequenti oggigiorno.
Alle prime frescure non vi aggravate, a un tratto, di troppi panni, basta un indumento esterno e precario per poterlo deporre e riprendere a piacere nel frequente alternarsi della stagione fino a che non saremo entrati nel freddo costante. Quando poi vi avvicinate alla primavera rammentatevi allora del seguente proverbio che io trovo di una verità indiscutibile:
Di aprile non ti alleggerire,
Di maggio va’ adagio,
Di giugno getta via lo cotticugno,
Ma non lo impegnare
Ché potrebbe abbisognare.
Cercate di abitar case sane con molta luce e ventilate: dov’entra il sole fuggono le malattie. Compassionate quelle signore che ricevono quasi all’oscuro, che quando andate a visitarle inciampate nei mobili e non sapete dove posare il cappello. Per questo loro costume di vivere quasi sempre nella penombra, di non far moto a piedi e all’aria libera ed aperta, e perché tende naturalmente il loro sesso a ber poco vino (?!?!) e cibarsi scarsamente di carne, preferendo i vegetali e i dolciumi, non trovate fra loro le guance rosee, indizio di prospera salute, le belle carnagioni tutto sangue e latte, non cicce sode, ma flosce e visi come le vecce fatte nascere al buio per adornare i sepolcri il giovedì santo.
Rifuggite dai purganti, che sono una rovina se usati di frequente, e ricorrete ad essi ben di rado e soltanto quando la necessità il richieda. Molte volte le bestie col loro istinto naturale e fors'anche col raziocinio insegnano a noi come regolarci: il mio carissimo amico Sibillone (presumo sia il gatto), quando prendeva un’indigestione, stava un giorno o due senza mangiare e l’andava a smaltire sui tetti.
Così Pellegrino Artusi ne “La Scienza in Cucina e l’Arte di Mangiar Bene” (l'ultima edizione curata direttamente da lui nel 1910 è ancora in stampa) divulgava norme igieniche (ancora attuali), modelli femminili rosei sodi (meno attuali) e cultura culinaria, ben 790 ricette raccolte durante i suoi viaggi in Italia. Indecisa tra il risotto coi ranocchi e la torta svizzera, ho optato per la seconda, più semplice da preparare. Ecco la ricetta.

583. Torta svizzera
Sia o non sia svizzera, io ve la do per tale e sentirete che non è cattiva. Fate una pasta di giusta consistenza con:
Farina, grammi 300. Burro, grammi 100. Sale, quanto basta. Odore di scorza di limone. Latte, quanto basta per intriderla, e lasciatela per un poco in riposo.
Prendete una teglia di mezzana grandezza, ungetela col burro e copritene il fondo colla detta pasta tirata alla grossezza di due monete da 5 lire.
Col resto della pasta formate un orlo all’ingiro e collocatevi dentro grammi 500 di mele reinettes, o altre di qualità tenera, sbucciate e tagliate a tocchetti grossi quanto le noci. Sopra le medesime spargete grammi 100 di zucchero mescolato a due prese di cannella in polvere e grammi 20 di burro liquefatto. Mandatela in forno e servitela calda o diaccia a sette o ad otto persone, ché a tante potrà bastare.
La cannella in polvere, l’odore della scorza di limone e il burro liquefatto sopra alle mele sono aggiunte mie; ma stando a rigore, non ci vorrebbero.

GUTEN APPETIT!

lunedì 14 settembre 2009

RITRATTI INTORNO AL MISSISSIPPI

Deborah Luster è una fotografa che stampa immagini in bianco e nero su lastre d’alluminio, lisce e non deperibili, dunque eterne. Foto come cammei d’altri tempi che rivelano gente e luoghi intorno al Mississippi. Quelli dell’Arkansas dei quapaw e dei Cherokee, della Louisiana e del Tennessee di Nashville. Luster rende eterni Donald, il tatuato raccoglitore di cotone (il tuo sguardo è torvo o è il sole che ti socchiude gli occhi?), dal piglio concreto ma attitudine avventurosa e poi Costance, di bellezza fine da bocca a cuore e sguardo fiero, che scruta. Luster rivela la schiena di Steven, il poderoso e sensuale, che muove una donna aperta e disponibile accanto a un cuore famelico, da vero maschio di frontiera, e poi Eddie, lontano e perso dentro una bandiera. Però il dubbio mi coglie… forse Steven cuore affamato è già riuscito a saziarsi e ora è un tranquillo impiegato dal passato inquieto...
Continuo a controllare i dettagli e arrivo a Barbara, la barca bianca a 3 alberi salpata chissà dove e agli edifici ingabbiati dalla rete metallica: su quello più basso, intravedo una scritta, ingrandisco e riesco a leggere a malapena “I MISS (…) DAD”, un indizio di dolore per mancanza. Luster mi mostra occhi tondi che guardano luoghi una volta abitati, quelli sopravvissuti a uragano e alluvioni, le strade vuote, la sterpaglia, l’abbandono e il lavoro delle mani grandi della donna col fazzoletto. Luster mi rivela case come gusci vuoti e segnali di risolutezza, desolazione e possibilità, quella che si legge negli sguardi scrutanti o sognanti della gente che vive intorno al Mississippi.

I ritratti

I luoghi
... e Barbara

lunedì 7 settembre 2009

BRANSIN, ORADA E SARDON (ovvero Venezia è un Pesce)

Venezia è un pesce. Una specie di sogliola colossale che abbocca all’amo della ferrovia, così da non riprendere il largo e andare via per sempre. Fondata e fissata su fondale melmoso con milioni di chiodi di legno scivolati nel Piave dai boschi del Cadore.
Ciò che segue descrive cosa può accadere a parti di un corpo residente o in visita a Venezia.
Piedi
Le dita dei piedi si rifanno prensili sui gradini dei ponti, si aggrappano in salita sugli spigoli consunti o squadrati; le piante frenano in discesa, i talloni inchiodano. Butta via la cartina e impara così a vagare, a vagabondare e a disorientarti. Immagina di essere un globulo rosso che scorre nelle vene e lasciati pompare. Oppure sei un boccone di cibo trasportato dall’intestino: l’esofago di una calle strettissima ti strizza addosso le pareti di mattoni fino quasi a stritolarti, ti spinge fuori, ti fa sgusciare attraverso la valvola di un ponte che sfocia al di là dell’acqua e ti deposita in uno stomaco largo, in un campo dove sosti un po’, sei costretto a fermarti perché la facciata di una chiesa ti trattiene a guardarla, ti trasforma chimicamente nel profondo, ti digerisce.
Gambe
Aspetta in piedi sugli imbarcaderi: il vaporetto accosta, ti dà uno scossone che ti prende di sorpresa come una spinta a tradimento. Monta sul battello e, anche lì, non sederti, senti con le gambe il tremolio del motore nella pancia del vaporetto che ti fa vibrare i polpacci, il rollio che ti costringe a spostare continuamente il peso del corpo da una gamba all’altra, ti fa tendere e rilasciare muscoli che non sapevi nemmeno di avere.
Cuore
E’ vero che a Venezia si fa l’amore all’aperto, a ogni angolo di strada? Se sei veneziano e adolescente è l’unico modo. Le giovani coppie per lo più non hanno l’auto e in città è vietato circolare anche in bici. Dove andare, con i genitori in casa? Ogni adolescente ha i suoi posti segreti ma alcuni di questi si possono trovare, magari in compagnia, così è più divertente… Consigli utili allo scopo: scegli i portoni senza campanelli, che spesso sono ingressi di magazzini, sfrutta gli angoli sotto i lampioni rotti, fuori uso. Prendi in considerazione i barconi da trasporto attraccati in rii disabitati, addormentati, umidi ma discreti. Sali a bordo con passo leggero e non lasciare segni del tuo passaggio (preservativi, fazzoletti, incisioni a cuore sulle fiancate) non sarebbe educato verso chi è stato così ospitale con te. C’è chi prende il vaporetto per il Lido di notte, in primavera o all’inizio dell’autunno, prima e dopo la stagione dei bagni, la spiaggia offre i capanni sgombri degli stabilimenti balneari, attenzione però ai vigilantes diventati più numerosi negli ultimi anni. In centro storico cerca un nascondiglio da dove se ne possa uscire in qualsiasi momento con dignità, facendo finta di niente e in fretta. In tutti (o quasi) i casi su descritti si tratta di amore in postura verticale, varianti comprese.
Per i mutamenti concernenti mani, volto, orecchie, bocca, naso e occhi vi rimando al libro (di cui sopra un estratto), un’insolita e poetica guida del veneziano Tiziano Scarpa, “Venezia è un Pesce”. Scritto prezioso e occasione unica per una straordinaria esperienza di esplorazione fisica e sensoriale della città, da non perdere se avete attitudine a sperimentare l’insolito nel solito.

Thanks to Valentina, veneziana doc, per avermi regalato questo libro, conoscendo la mia totale affascinazione per Venezia e ambiente lagunare.

mercoledì 2 settembre 2009

DOPPIO NICK CAVE

Questo è il Nick Cave musicista.





E poi c’è l’altro, anch’egli artista ma di specie differente, artefice di manichini che riportano il corpo in primo piano, in scala 1:1. Nick Cave concepisce e realizza manualmente i suoi “Soundsuits”, abiti manichino completamente lavorati e ricamati a mano, decorati con vecchie trottole, strutture floreali in ferro battuto e laccato, applicazioni di piccoli soprammobili, ciocche di colorati capelli sintetici, risultato: una straordinaria sintesi di arte e artigianato. A seconda dei materiali utilizzati nel decoro, i “Soundsuits”, indossati su bodysuits creati appositamente, emettono sonorità diverse e implicano il movimento, la danza che l’artista ha appreso e praticato a fianco di Alvin Ailey. Sì, perché spesso i replicanti assumono le sembianze di chi li crea, ne rispecchiano le idee e le convinzioni, ne riproducono i tratti somatici, ne elaborano i sogni, le esperienze e le memorie, come in questo caso, “Soundsuits” = sintesi della passione creativa di Cave per il teatro e la danza. In ogni caso, qualunque sia l’aspetto da replicare, i doppi o gli alter ego, rispondono al solito desiderio d’immanenza, perciò si lascia la traccia-replicante che non deperisce ma resta imperitura (anche se posticcia) testimone di vita vissuta.